La calce La Ferla ad Augusta: un'impresa storica

"per aspera ad astra"

La città delle fornaci

Testimonianze documentate delle prime fornaci nel territorio di Augusta si hanno dagli scavi di Megara Hyblaea, dove una fornace, databile all'epoca romana, era situata a ridosso delle mura. "La prima struttura messa in luce [dagli scavi del Cavallari del 1899] è una fornace da calce, genericamente datata ad età romana, addossata alla torre più settentrionale delle mura arcaiche occidentali, i blocchi delle quali venivano sfruttati come materia prima. Essa presenta una forma circolare, costruita con frammenti di laterizi antichi, ma Orsi non fornisce le dimensioni del monumento" . Tralasciando le epoche greco-romana e bizantina, le prime notizie di fornaci medievali compaiono ad Augusta al tempo della sua fondazione, sotto l'Imperatore Federico II di Svevia. C'era da costruire la città e dunque nacquero a decine le fornaci per la produzione di calce, mattoni, tegole e terrecotte d'uso. Furono aperte alla periferia della città, lungo le due riviere, in particolare in quella di ponente, che da allora prese il nome di "Contrada di li stazzoni o de li Cannizzoli", dato che il termine siciliano stazzuni o strazzuni deriva direttamente dal latino statio-stationis, vocabolo dai molteplici significati, tra cui quello di laboratorio per manifatture. Le fornaci per calce, erano chiamate genericamente carcari, mentre i laboratori di laterizi, tegole e vasellame si designarono con l'antico termine stazzuni (o strazzuni), e gli operatori col nome di strazzunara. Ad Augusta le fornaci furono costruite in un luogo comodo, sicuro e strategico, ovvero nella contrada chiamata, come detto, "delli Cannizzoli" o "bastione delli Cannizzoli", al di fuori della cinta muraria, secondo le norme igieniche del tempo. Qui rimarranno a lungo, fino agli anni '70 dell'Ottocento, quando i nuovi regolamenti comunali di igiene e le nuove esigenze della Marina Militare porteranno allo sgombero di quest'area, così come di altre in cui gli artigiani augustanesi avevano impiantato carcari e stazzuna. Non era un caso che queste fornaci sorgessero lungo il litorale del porto, lungo la Marina di ponente: il motivo risiedeva nella possibilità di un facile smercio dei prodotti grazie a veloci barche a vela, che da qui raggiungevano gli altri porti della Sicilia. Non c'era ad Augusta, ma un po' dovunque, in particolare nei piccoli centri, una netta divisione tra le tipologie di artigianato delle fornaci, poiché queste ultime potevano essere utilizzate sia per la cottura della pietra sia per quella di tegole e vasellame; sebbene i calcararii (nome latino che designava produttori di quacina o calce viva) non esercitavano anche il mestiere di cretai ciaramidari (produttori di brocche e stoviglie d'uso comune).

Tuttavia già nella Sicilia medievale si rileva l'associazione dei due mestieri: "la stessa struttura di piccole imprese funziona per la produzione della calce e dei laterizi: sono anche gestite da artigiani in grande maggioranza siciliani e cristiani […], ma mentre le 'calcare' richiedono grossi investimenti e personale numeroso (sono spesso società di tre maestri, capaci di produrre centinaia di salme di calce, anche 1500 salme nel 1332 nella fornace di Pietro da Heraclea a Porta Rota [Palermo] cioè 4125 ettolitri, e di rendere un utile non trascurabile, tra 10 e 35 onze l'anno per la calcara della cattedrale tra il 1423 e il 1444; gli "stazzoni" sono imprese più modeste, spesso confuse con la fornace del quartararo, gestite da artigiani isolati o da piccole società di due partecipanti, impiegando il lavoro di tre persone, un maestro, uno scavaturi che trae la creta con la zappa e il maltarolo […]".

Ad Augusta le fornaci erano a stretto contatto con la città, pur se al di fuori della cinta muraria medievale e moderna. In questo modo era favorito sia il mercato interno che la commercializzazione, attraverso il porto, verso le città del catanese. Relativamente vicine erano anche le cave da cui cavare il materiale facilmente estraibile. La pietra delle pirreri (cave) dei territori di Augusta e Melilli era infatti particolarmente ricca di carbonato di calcio. Questa peculiarità, assieme alla presenza di una buona flotta marittima, costituita da piccole e medie barche veloci, favoriva il formarsi di speciali società tra cavatori di pietra, fabbricanti di calce e padroni di barche. Già da antica data, almeno dall'età federiciana, le calcare da calce si dividevano in fornaci volanti, costruite in prossimità dei siti su cui venivano edificate le case rurali e le grandi masserie di campagna, e fornaci fisse, strutture stabili costruite in luoghi ben determinati.

Ad Augusta, solo a partire dalla seconda metà del '500 abbiamo notizie storico-documentarie (costituite in genere da relazioni di architetti militari) sull'esistenza di carcari e stazzuni nelle due riviere di levante e di ponente, dove si produceva sia calce che tegole (ciaramidi) e tutta la "roba di cretame". Nel 1576 l'ingegnere militare Scipione Campi scrive una relazione su Augusta e le sue fortificazioni, dove in un passaggio rileva essere Augusta: "Porto di grandezza e bontà incredibile, abbondanza di acque dolci, di legni, molini per macinar formenti; paese fertilissimo e piano, aere perfetto, il sito della città proprissimo per fortificazioni, inespugnabile per essere circondato dal mare, tagliato che sia quel poco stretto di terra che per disegno si vede […] coppiosa per fabricar di pietre vive, di terra eccellente per far mattoni e ripari et di calcine et tutto a bonissimi prezzi rispetto ad altri luochi di questo Regno".

Fornaciai ad Augusta nel '700

Tra la fine del '600, subito dopo il terremoto del 1693, e la prima metà del secolo successivo, diverse famiglie risultano impegnate nelle attività legate alle fornaci sia per calce (carcari), sia per la lavorazione e la cottura delle terracotte per usi domestici ed edili (stazzuni). Ricordiamo che le fornaci da calce, mattoni, tegole, stoviglie e ceramica da mensa (come piatti, quartari, bummuli e mùstichi) erano da sempre associate negli stessi luoghi, cioè, nella fattispecie ad Augusta, nella Marina di ponente, in contrada S. Andrea sempre nella Marina di ponente, o ancora nella "Marina delli Ponti dell'acqua". Dai documenti d'archivio di questo periodo emergono le famiglie Sortino, Frixa (o Frixia) con Sebastiano e Giuseppe, maestri tegularii e stazzonari con stazzone a S. Andrea; le famiglie Carrabino, Pitruzzello, Catalano, con esponenti i fratelli Giuseppe e Biagio, i Passanisi, e la famiglia La Ferla.

Quest'ultima, proveniente da Lentini e trapiantatasi ad Augusta subito dopo il terremoto del 1693, aprì una fornace ai Cannizzoli, dove andò anche ad abitare, avviandosi a divenire nel tempo la più importante nella fabbricazione di calce. Il porto assicurava ai fornaciai la partenza delle barche per raggiungere soprattutto la piazza di Catania e altri centri del catanese, dove era in corso la ricostruzione post-terremoto. In questo periodo i fornaciai vengono chiamati tegularii perché dopo il terremoto sono impegnati alacremente nella produzione di coppi e tegole (canali). La pietra dell'entroterra di Augusta era considerata ottima per produrre calce, tanto che se ne esportava anche a Catania. Il materiale si cavava oltre che nel territorio di Melilli, anche a Brucoli e in Contrada detta del Fico (o della Torre della Fontana del Fico), sempre lungo il litorale che va da Brucoli alla Targia, nei pressi della penisola di Magnisi, dove esisteva anche un ottimo approdo. Per estrarre il calcare da calce, fondamentale materia prima per queste attività, si costituivano particolari società dette a "capitale e lavoro", cioè con un finanziatore, oppure "a lavoro-lavoro", dove si mettevano in comune solo la forza lavoro e gli attrezzi.

Nella seconda metà del '700 ricordiamo le famiglie Di Fazio e Intagliata, mentre continua l'attività della famiglia Frixa. Questa famiglia in particolare appare la più solida e di vecchia tradizione: oltre al già citato Sebastiano, attivo già nei primi anni del '700, ricordiamo i fratelli Giovanni e Francesco, che nel 1776 si sono riuniti in società per la vendita di tegole, mentre Francesco, questa volta da solo, nel maggio del 1783 vende i suoi prodotti di creta al mastro Bartolomeo Tringali. Nel 1768 i fratelli Giuseppe e Vincenzo Frixa, assieme a Domenico Catalano vendono a donna Maria Palumbo 6000 mattoni di creta. Particolarmente attiva è la famiglia Moreno: nel 1770 mastro Gaetano Moreno vende la propria produzione di "quartari di posto, quartarotti inchitori, mustichi ed altri generi minuti" a mastro Vincenzo Saracino, altro mastro cretaro, confermando la pratica dell'acquisto reciproco tra un mastro e un altro, a seconda della consistenza degli ordinativi; nel 1772 mastro Emanuele Moreno contrae società con un commerciante di Messina per vendere il prodotto delle fornaci nella fiera di Noto; mentre nel 1793 un tale Mario Moreno compra legna da ardere da Palmino La Ferla.

La Famiglia La Ferla ad Augusta: alle origini dell'impresa tra fornaci e commercio

Con Iacobo La Ferla (1675-1726) inizia una nuova storia per la famiglia La Ferla, segnata dal trasferimento ad Augusta, avvenuto alla fine del '600. Ad Augusta, a partire dal 1699, Iacobo fa battezzare i figli Mario, Santo, Innocenza, Rosaria e Sebastiana. Ne deriva che tutti i rami dei La Ferla augustanesi discendono dall'unico ceppo di Iacobo La Ferla, originario di Lentini. Di lui troviamo tracce nei rogiti notarili di Augusta a partire dal 1703: in questi brevi documenti (in genere apoche, cioè ricevute) alcune volte si ricorda la sua origine forestiera, e lo si dice ora di Lentini ora di Carlentini. In particolare un documento, datato 19 giugno 1703, ci fornisce qualche indizio sul mestiere esercitato nella nuova città: in esso Iacobo La Ferla "di Lentini e abitante di Augusta" si obbliga a Domenico Sortino, stazzunaro, a vendere e trasportare "tutta quella quantità di ligna pro servizio del suo stazzone in questa città di Agosta, come ancora arderci con detti legni detto stazzone, bono magistralmente e per tutta questa stagione e fino a quando non vorrà più fare ciaramidi il sud.o Sortino; con obbligo di assistenza in abrusciare il furno di ciaramidi ad rationem tareni 17 pro qualibet fornata". Egli dunque si relaziona con i fornaciai esistenti ad Augusta, fra cui i membri della famiglia Sortino, alla quale fornisce legna da ardere e coadiuva nel lavoro di "governo della fornace". Iacobo è, dunque, un esperto mastro di stazzuni, conoscitore e fornitore dei materiali da ardere (legna e fascine). Non conosciamo i motivi del trasferimento. Certamente sono di natura economica, poiché Lentini risentì del terremoto del 1693 in modo considerevole. Ad Augusta nel 1717 Iacobo prende a censo enfiteutico una casa con cortile, pozzo e pila sita "in cortilio vocato del bastione delli Cannizzoli nominato di Caravaglio già del sacerdote Francesco Caravajo". Dunque dobbiamo supporre che a questa data egli è già nel pieno della sua attività, per cui la residenza proprio ai Cannizzoli, ha lo scopo di occupare un'area artigianale, dove da tempo si esercitava l'arte degli strazzunari.

La famiglia La Ferla (ramo di Iacobo) a Lentini era legata più al mondo dell'imprenditoria agricola e a quello del commercio del pesce, pescato nel Biviere. Iacobo tuttavia sceglie il mestiere di fornaciaio, lavorando come mastro di fornace. Ad Augusta egli si avvia al mestiere di calcinarius o calcararius, sfruttando come detto le sue competenze nel governo del fuoco, acquisite probabilmente già a Lentini. Dopo il terremoto del 1693, mentre Lentini è attraversata da una grave crisi economica da cui si riprenderà tardi (la città, che nel 1606 contava più di 13.000 abitanti, ora è ridotta a poche migliaia di cittadini), Augusta rifiorisce subito con le sue attività legate al mare (pesca, commercio e trasporto marittimo, sale) e all'artigianato (lavorazione della creta, produzione di calce, mattoni, tegole e altri materiali edili), mentre grossi investimenti giunsero dal governo per restaurare le fortificazioni militari e le strutture portuali. Ad Augusta dunque il citato La Ferla intraprende con decisione l'attività di mastro di calcara, fabbricante e venditore di calce, come leggiamo nel seguente documento del 1724 (Doc.1), che è il primo che attesti questa nuova attività della famiglia La Ferla ad Augusta:

Doc. 1
1724 Ottobre 18, Augusta:
Iacobo La Ferla vende a fra' Carmelo Mangano dell'ordine dei Carmelitani salme 30 di calce "netta di pietre e crudame" da consegnare "subtus maritima S.ti Dominici et delata in d.o conventu in die quarto novembris". Al prezzo di tt.3,5 a salma. [ASS not. Mangano bast. 427]

L'attività di Iacobo viene seguita dal figlio Mario (1699-1771), come ricaviamo da un contratto notarile da lui stipulato, assieme ai soci Giuseppe Carrabino e Antonio Pitruzzello, tutti di Augusta, in cui Mario vende ai "depositari della nuova fabrica della Chiesa Madre" 149 salme di calce per onze 18 (Doc.1a). Altre vendite si hanno nel 1751, questa volta il socio si chiama Giovanni Baffo e i committenti sono i Padri del Convento di San Francesco di Paola, cui si vendono 100 salme di calce a tarì 4 la salma (Doc. 2) e nel 1753 al governatore della Piazza militare di Augusta (Doc. 2a)

Doc. 1a
1748, Ottobre 21, eodem:
Mario La Ferla, Giuseppe Carrabino e Antonio Pitruzzello di Augusta dichiarano di aver ricevuto dal notaio Andrea Cannavà onze 18 come prezzo di vendita di calce nella quantità di salme 149 (40,9 tonnellate) "per predictos confitentes de la Ferla, Carrabino et Pitruzzello vendita don Domenico Martelli et don Gaetano Amodei depositarii novae fabricae matris ecclesiae, de suis calcariis". [ASS not. Salomone, vol. 548]

Doc. 2
1751, Luglio 9, eod.:
Mario La Ferla e Giovanni Baffo vendono ai padri del convento di San Francesco di Paola salme 100 di calce, da consegnare alla marina di Augusta per il prezzo di tarì 4 la salma. [ASS not. Salomone, vol. 550]

Doc. 2a
1753, Agosto 29, eod.:
Mario La Ferla vende a don Filippo Mariniis Gurrea, governatore della Piazza militare di Augusta, 60 salme di calce cotta, per tt. 4 a salma. [ASS not. Mangano Francesco bast. 594]

Importanti commissioni venivano dalle chiese, che stavano restaurando le parti esterne e rinnovando i loro apparati interni (opere in stucco, decorazioni, rinnovamento di altari e pavimenti), in cui occorrevano consistenti quantitativi di calce e stucco. Troviamo ancora impegnato Mario La Ferla nel 1759 nella fornitura di ben 145 salme di calce sempre alla Chiesa Madre, mentre nel 1767 riceve dal tesoriere della Matrice altre somme sempre per vendita di calce. L'impresa richiede continuamente nuova legna da ardere, così nel 1746 Mario La Ferla assieme ad altri, tra cui i fratelli Matteo e Angelo La Ferla, prendono in gabella la legna del feudo di San Giuliano (Doc. 3):

Doc. 3
1746 Febbraio 13, eod.:
Mario La Ferla, Antonio Corbino, Stefano Parisi e Filippo Sortino "gabelloti ut dicitur del taglio della vigna in pheudo S.ti Iuliani eis gabellati, vigore contractus die 21 febrarii 1745" si associano in detta società Angelo e Matteo La Ferla. [ASS not. Ferrara bast. 384]

Continua intanto la ricostruzione di chiese e conventi e il loro abbellimento con stucchi, pavimenti e altro, per la cui realizzazione serve continuamente nuova calce. La fornisce in gran parte Mario La Ferla con i suoi soci, fra cui i membri delle famiglie Baffo e Pitruzzello. Per la chiesa di Sant' Andrea il fornitore è però il solo Mario, che può disporre nell'anno 1751 di molta calce, proveniente dalle sue carcari dei Cannizzoli. Lo stesso anno egli fornisce calce anche ai procuratori del venerabile Ospedale, da consegnare alla Marina di San Domenico e da qui da trasportare all'Ospedale. Dal documento che segue possiamo notare come il prezzo della calce crebbe da tt. 1,3 a salma, prezzo nel 1538, a tt.4 nel Settecento: era una merce richiestissima e indispensabile (Doc. 3a).

Doc. 3a
1538 Febbraio 10, Noto:
Mariano La Ferra e Antonio lu Melfi "alias lebbru si obligano a lu nobili Nicola de Iuliano a fari tutta la frasca chi è dintra la chiusa in c.da et costu lu Cugnu di lu Vascu […] ppi farrindi tanti carcarati di cauxina quantu bastirà la frasca et li carcari li digiano fari ipsi mastri Marianu et Antoninu ad spisi loru […] vendono e consegnano tutta la calce che cauchiranno con d.a frasca", per il prezzo alla ragione di tt. 1,3 a salma. [ASS (sez. di Noto) not. Rinaldo vol. 6432]

La legna da ardere e le fascine di canne erano fondamentali nella vita delle carcari (Doc. 3b).

Doc. 3 b
1768 Novembre 6, Augusta:
Alfio Grasso di Acireale vende a Mario La Ferla "quella quantità di fascina che detto Russo farà in quest'anno, e taglio da farsi nel mese di gennaio 1769 del canneto esistente nel luogo di don Pietro Rossi di Melilli esistente nella Baronessa et in altri luoghi ingabellati a d.o Grasso, ad esclusione delli vergoni e canni e tutto il resto deve entrare nelle fascina". Da consegnare al detto Mario negli stessi canneti ed infasciata nel mese di gennaio per tarì 14 ogni cento fasci. [ASS not. Salomone bast. 565]

Da questi contratti risulta che molto spesso i magistri calcararii svolgevano la doppia attività di fabbricanti di calce e anche di commercianti di legna da ardere, come vediamo indirettamente nel succitato documento che riguarda la città di Noto datato 1538, in cui uno degli obbligati si chiama Mariano La Ferra (La Ferla). In particolare, in una città di mare come Augusta, si registra l'interessante rapporto economico tra le attività commerciali e le attività marittime, legate al trasporto di merci. Fondamentale era pertanto avere delle barche efficienti, per questo nel 1764 Mario, divenuto uno dei principali fabbricanti di calce, se ne fa costruire una nuova, con cui incrementare il commercio.

Nel 1767 nell'impresa di famiglia compare il figlio di Mario, Giuseppe (1729-1780), che si occupa di acquistare legname e canne per le fornaci di famiglia. Nello stesso anno Giuseppe è in società con il fratello Palmino nella produzione di calce. Insieme continuano ad acquistare legna, "frasciame e rovetti" derivati dalla pulizia dei canali e delle saje, materiali ritenuti assai utili nel governo delle fornaci. La società è dunque formata dai tre La Ferla: Mario il padre, e i suoi due figli Giuseppe e Palmino. Questo fino al 1771, anno della morte di Mario, e al 1780, alla morte di Giuseppe. Nei rogiti notarili si alternano gli atti che riguardano ora l'uno ora l'altro fratello. Nel 1770 Palmino acquista pane per i suoi operai, impegnati nelle diverse attività della famiglia. Nello stesso anno i due fratelli La Ferla, in società con altri fornaciai tra cui Giuseppe Di Fazio, Carmelo Intagliata e Mauro Di Fazio, pagano al gabelloto del feudo "Medoro" ("Midolo") la terza parte della gabella della legna del detto feudo. L'affitto della legna consente loro di commerciare le canne (destinate anche ad impalare le viti) con acquirenti catanesi: la consegna di 50 mila canne avviene con le barche della famiglia. Continua è la fornitura di calce per le frequenti manutenzioni agli edifici di culto, per cui l'azienda viene ampliata grazie a nuove committenze. Spesso era necessario noleggiare altre barche, come quelle di padron Vincenzo Abramo, col quale era attiva una fiorente società. Nel 1770 Mario La Ferla dona in vita ai due figli, Giuseppe e Palmino, tutti i suoi beni, fra cui tre barche atte a navigare ed un terreno con 14 mila vigne al Cugno (Doc. 4). Con i beni paterni i due fratelli, Giuseppe e Palmino, come abbiamo già detto, formano una solida società.

Doc. 4
1770 Luglio 26, eod.:
Sia a tutti noto e manifesto che Mario La Ferla per l'amore che nutre verso Giuseppe e Palmino de La Ferla suoi diletti figli fa loro dono di tutti i suoi beni mobili e immobili e cioè: "numero tre barche con suoi remi, vele ed altro di armigio atte a navigare, al presente esistenti sotto la marina del Bastione delli cannizzoli; una vigna di migliara 14 con sue terre almeri e altre proprietà site nella contrada vocata dello Cugno […]; item due case unite collaterali consistenti in più stanze con suo orto, pozzo e pila, ed altre proprietà in esse esistenti site nella strada publica marittima nominata del Bastione delli Cannizzoli confinanti con case e orto di Giovanni Gianino, a ponente con strada publica, a tramontana con case del detto donante a mezzogiorno con case di Maria Fazio; item altra casa grande consistente in diverse stanze con tutte le sue proprietà collaterale con le case di sopra situate […]; riservandosi però l'usufrutto, mentre i figli devono corrispondere ai genitori la terza parte del frutto del loro lavoro, così come il terzo del frutto delle vigne. [ASS not. Cannavà Passanisi vol. 1391]

Nell'ultimo ventennio del '700 la famiglia si legò strettamente all'attività armatoriale e al trasporto marittimo: fu la strada che intraprese Palmino, figlio secondogenito di Mario che, dopo la morte del fratello Giuseppe (1780), rilevò l'azienda, per la minore età del nipote Sebastiano (1771-1829), ed incrementò la sua attività di padrone di imbarcazioni per il trasporto di merci. E' così che i componenti della famiglia La Ferla si avviano a essere annoverati tra i più importanti commercianti di calce e di laterizi della zona, in grado di vendere a Catania e negli altri paesi vicini con barche proprie. Questa attività si aggiunge, in questo ultimo scorcio di secolo, anche al commercio di materiali da combustione, fra cui la paglia, per le fornaci di Augusta, che proprio in questo periodo si specializzano in un tipo di stoviglie d'uso e da mensa, per la grande richiesta, tra l'altro, di giarre e mùstichi. In queste attività si associa, una volta maggiorenne, anche Sebastiano, figlio del defunto Giuseppe: nel 1792 con la sua barca trasporta a più riprese grandi quantità di mosto.

Le fornaci ad Augusta nell'Ottocento.

La famiglia La Ferla nella prima metà del XIX secolo: l'impresa societaria di Domenico La Ferla

Nell'Ottocento continuò l'attività imprenditorial-commerciale della famiglia La Ferla: protagonisti furono i figli di Giuseppe e Palmino, entrambi di nome Sebastiano, riuniti spesso in società nella vendita di legna, paglia e canne (come visto, abbondantemente usate nelle fornaci) (Doc. 5).

Doc. 5
1800 aprile 11, Augusta:
Sebastiano La Ferla maior figlio di Palmarino [Palmino] si associa nella sua società come consocio Sebastiano La Ferla figlio del fu Giuseppe in quella vendita di paglia "venduta a don Ignazio Finocchiaro di Acireale da consegnare nella marina a tt. 3,15 al quintale […]". [ASS not. Nuzzo bast. 742]

I mestieri di marinaro, legnarolo e fornaciaio si alternano nei due rami della famiglia. Mentre il ramo di Palmino si dedica decisamente all'attività armatoriale; quello di Domenico (1809-1887), figlio di Sebastiano e nipote di Giuseppe, nei primi anni di attività si impone come industrioso: alterna al commercio della legna il mestiere di imprenditore marittimo nella qualità di padrone di barche, mantenendo comunque sempre attivo il legame col mondo della calce e delle fornaci (Doc. 6).

Doc. 6
1844 gennaio 26, eod.:
É presente Domenico La Ferla, "industrioso", e padron Emanuele Barbarino, navigante. Quest'ultimo insieme ai maestri Vincenzo e Domenico Frixa dovevano vendere al suddetto Domenico "migliara 10 di tegole" a ragione di onza 1,2 al migliaro. Don Domenico dichiara che però i venditori non mantennero l'obbligo e per questo vengono da lui citati a cautela davanti a me notaio. [ASS not. Muscatello vol. 15326]


Figura 1 - ex voto (1860) di Padron Palmino La Ferla esposto presso la chiesa Maria SS. Annunziata di Augusta

Ma a partire almeno dal 1841 Domenico intraprese decisamente ed esclusivamente l'antico mestiere dei padri, cioè di fornaciaio. Egli proprio in questo anno fondò la sua prima società di stazzonajo assieme al socio Emanuele Barbarino e al negoziante Domenico Romeo (Doc. 7). La società fu definita nel contratto di "tipo semplice in partecipazione": uno dei primi esempi di tale tipologia nell'ambito delle imprese artigiane siracusane.

Doc. 7
1841 Marzo 17, eod.:
Domenico La Ferla ed Emanuele Barbarino da una parte, e dall'altra don Domenico Romeo, negoziante, si riuniscono in una società commerciale sotto il titolo "di semplice […] in partecipazione" per la durata di anni due, e che non eccederà i ducati 100. La società è costituita sotto i seguenti patti tra cui:
2°. Il sig. Romeo "nella qualità di negoziante inoltra tutte le tegole che costruiranno i suddetti comparenti di La Ferla e Barbarino per lo intiero corso degli anni due della contratta società e quindi i suddetti stazzonaj promettono avverare le suddette vendite nella totalità delle tegole da essi loro costruite […] dovendone tostochè saranno uscite dalla fornace il signor Romeo pagarne l'importo, e conservare le tegole per uso della società.
3°. Si obbligano i suddetti stazzonaj di La Ferla e Barbarino di far bene cotte giusta l'arte, ed adoprare nei cementi la giusta quantità di argilla, arena e gli altri mescugli, che si richiedono per fare buona liga affinchè riescano mercantibili le tegole […].
4°. Si obbligano i suddetti stazzonaj di La Ferla e Barbarino non scaricar la fornace durante l'attuale società, se pria non abbiano passato avviso al negoziante sig. Romeo, per verificare la quantità prodotta.
5°. Il prezzo dovrà essere stabilito nel modo seguente [seguono i prezzi].
9°. Tutte le vendite devono farsi dal negoziante signor Romeo resta solo la facoltà ai suddetti stazzonaj La Ferla e Barbarino di cooperarsi per la vendita… deve inoltre il sig. negoziante aderire alle vendite, che saranno proposte, o convenute dai suddetti fabri […].
13°. I suddetti stazzonaj tanto separatamente oppure confabollate [in società] con gli altri stazzonaj, commettessero frodi, sottrazioni, occultazioni o particolare vendita, senza darne conto, o farne inteso il negoziante, saranno soggetti ad un'ammenda di onze venti esigibile coll'arresto di persona a favore di esso negoziante. Vi saranno pure soggetti se saranno complici alle mancanze, frodi o sottrazioni che faranno i stazzonaj, intervenuti in quelli atti di società da noi rogati. Che testè abbiamo citato [...].
[ASS not. Blasco Francesco vol. 16181]

Con la riorganizzazione burocratica del Regno Borbonico, conseguente alla riforma amministrativa del 1817, si emanarono in tutto il Regno nuove disposizioni in materia sanitaria e di Polizia urbana. Esse si occupavano, tra le tante cose, anche del problema dell'emissione dei fumi delle fornaci, sia di calce che di laterizi. Ad Augusta il primo Regolamento di Polizia urbana fu la conseguenza di una legge di carattere generale del 13 gennaio 1826. In seguito a questa legge, nel 1829 l'Intendente della Valle di Siracusa emanò un'Ordinanza in cui all'articolo 1 "proibisce la costruzione delle fornaci da far calce e gesso in qualunque punto ed in qualunque tempo dentro gli abitati dei comuni" e nell'articolo 2 la permette a due miglia di distanza . In data 13 luglio 1838, l'Intendente della Valle di Noto emanò un Regolamento tipo cui i comuni si dovevano adeguare. Così il 6 ottobre 1839 il Decurionato di Augusta deliberò il nuovo Regolamento dove, all'articolo 74 si proibisce: "di fare fornaci sia di calce, di tegole e simili in campagna, ove vi sono alberi, come pure ciò è proibito farsi all'interno della Comune permettendosi soltanto ne' luoghi in cui vi sono lontani gli alberi almeno canni 40, e nella marina cosiddetta dello stazzone che guarda il ponente. I contravventori subiranno la pena di ducati sei e giorni tre di detenzione".

Il colera del 1837 aveva posto nuovi problemi sanitari alle città. Per questo negli anni successivi a questa infausta data si succedettero le Circolari e i Regolamenti in materia sanitaria. Così in data 11 ottobre 1843 il Sottointendente del Distretto di Siracusa scrisse al Sindaco di Augusta che "le fornaci di calce potranno permettersi fuori l'abitato in una lontananza che non possono arrecare nocumento al paese. Rimanendo sempre alla prudenza de' funzionari locali". Il Sindaco di Augusta a sua volta scrive al giudice del Circondario affinché eserciti la durezza della legge e ricorda l'Ordinanza dell'Intendente del 1829, che fissava in miglia due la distanza delle fornaci di calce e gesso dal centro abitato, e conclude: "Trovasi pertanto costruita ed in esercizio una fornace da calce, non già alla prescritta distanza, ma fuori appena l'ultima porta di questa Real Piazza, per cui specialmente quando spirano venti da tramontana le malsane esalazioni risultano disgustevoli, e forse nocive".

I più accaniti avversari delle fornaci in questo periodo furono i Comandanti della Real Piazza militare, che esercitavano un'influenza pesante sugli amministratori locali e provinciali. Il Comandante della Piazza di Augusta questa volta puntò il dito proprio contro le fornaci esistenti, da antica data, lungo la riviera di ponente. Infatti nel 1846 proprio lo stesso Comandante scese in campo contro i mastri carcarari e gli stazzunara augustanesi, accusati di "ammorbare l'aere" e provocare malattie "febrili". In un primo momento si limitò a sanzionare gli abusi edilizi di epoca recente. Proprio in questa data giunse ad Augusta Giuseppe Dominicis, Commissario di guerra dell'amministrazione militare nelle provincie di Noto e Catania, che agiva su ordine del Generale Comandante le Armi della provincia. A seguito delle ispezioni e dei conseguenti verbali, il 13 gennaio 1847 vennero ingiunti a presentarsi nella Casa Comunale: mastro Vincenzo Frixa di Roberto, don Vincenzo Brancato, don Domenico Romeo, m.ro Vincenzo Frixa di Sebastiano, padron Sebastiano La Ferla, m.ro Giuseppe Frixa, m.ro Giuseppe Catalano, come imputati per abusi edilizi in relazione soprattutto al rispetto dell'area di pertinenza militare, in base ad un Real Decreto del dicembre 1843 sulle servitù militari e sul rispetto del raggio difensivo delle piazzaforti militari. Il processo si svolse il 21 Gennaio 1847. La difesa degli imputati sollevò l'obiezione che le edificazioni erano avvenute quattro anni prima che entrasse in vigore il Real Decreto del 1843.

Il Sindaco don Ottavio Lavaggi, con le funzioni di giudice civile per il contenzioso amministrativo, emise la sentenza contro i mastri fornaciai, pari a ducati sei (tre onze, a oggi circa 900 euro), mentre i "civili", rei di abusi edilizi, dovevano provvedere a sanarli con l'abbattimento delle strutture. Ma, nonostante le condanne, i militari non si placarono, anzi, nel 1848, facendo appello al senso di patria in tempo di rivoluzione e di guerra (siamo nel 1848), il capitano del Genio Militare della Valle chiese come mai si tollerasse dal Comune che le fornaci, quelle più antiche, continuassero a esistere, ribadendo che: "le cavazioni e gli alzamenti di fabbricati sono sommamente nocevoli alla piazza, e ciò astrazion facendo del danno che ne risulta alla salute pubblica per li vapori micidiali che si alzano dalla calce in fornace, io torno a ripeterle le più calde premure, onde in conformità agli ordini del sig. Commissario della Valle, ella dia le analoghe disposizioni per togliere sì seri inconvenienti[…]".

A questa dura nota rispose, anche sprezzantemente, il Presidente del Magistrato Municipale: "Le novazioni di cui intende parlare e che sono principalmente le fornaci di calce, da tempo immemorabile colà esistono, e che sono state mai sempre tollerate. Dietro il memorando evento dell'11 gennaio [il terremoto] che subissò la maggior parte delle case di questa comune, queste fornaci di calce si rendono indispensabili per le costruzioni, che con somma attività questi abitanti imprendono onde ridurre al pristino stato questa infelicissima comune e sarebbe un atto ingiustissimo privarli de' mezzi a ciò praticare, ordinando la demolizione di tali fornaci, che per la toponomastica posizione di questa comune non possono in altri luoghi costruirsi, se non con grave disaggio e dispendio. A queste ragioni, son precisato, per lo bene di questi singoli, aggiungerne un altro particolare, cioè che il padre di questo sedicente capitano del genio, murario di professione, facendo un traffico considerevole sulla calce, e che trovasi costruita una fornace fuori l'ambito di questa città, sito confacente ai suoi peculiari interessi, ha tutto il motivo di far sì che venghino demolite tutte le altre, acciò possa egli solo esclusivamente esercitare quel traffico. Prego lei signore acciò prese in considerazione tutte queste ragioni non si induca a proibire le fornaci in discorso, onde non si incorra in quegli inconvenienti che nascerebbero da un tal passo".

Il Sindaco ci tiene a chiudere una polemica spinosa, ma non può fare a meno di prendere le difese delle vecchie fornaci, che a suo dire non solo non si devono toccare, ma, data la loro importanza economica, dovrebbero essere addirittura ristrutturate a seguito del terremoto dell'11 gennaio 1848, che ne ha compromesso la funzionalità. La questione rimase in sospeso, perché il Comandante faceva notare che nessuna novità poteva essere approvata se andava contro il Real Decreto del 30 settembre 1843. Tutto veniva così rinviato nell'impossibilità di dare attuazione a quanto previsto in tale Decreto. Si arrivò così al 1851. Il Decurionato di Augusta, riunito in seduta il 17 novembre, deliberò il nuovo "Regolamento di polizia urbana e rurale" , che all'articolo 103 stabiliva: "Non si possono tenere d'attorno l'abitato ed alla distanza di 100 tese fornaci di calce, gesso ed oggetti di argilla, e volendosi innalzare dovranno attendere il permesso del sindaco e costruirsi fuori dall'abitato alla distanza sopra prescritta, sono tollerate solamente quelle fornaci che attualmente esistono sotto la marina ponente detto dei stazzoni e che con Real Decreto 30 settembre 1843 furono dichiarate tollerabili".

Qualcuno aveva tentato di estendere retroattivamente gli effetti del Real Decreto, ma inutilmente: la chiusura delle fornaci sarebbe stata esiziale per una parte importante dell'economia della città. Per il momento la questione era chiusa: le fornaci esistenti non rientravano nelle norme del nuovo Regolamento, che si applicava solo alle fornaci di nuova costruzione. Il senso di realtà e interesse prevaleva su ogni altra questione. Ogni tanto qualcuno levava qualche voce di protesta per reclamare lo sgombero, riaprendo per breve tempo il contenzioso, ma il Decurionato di fatto confermò sempre le precedenti deliberazioni favorevoli alle fornaci.

Nel 1856 il Comandante della Real Piazza tornò alla carica contro i maestri di fornaci della Marina di ponente. In effetti si era verificato qualcosa di nuovo. Molte fornaci erano state ristrutturate e altre ne sorgevano di nuove, tutte le volte che occorreva incrementare la produzione (si trattava di fornaci "volanti"). L'area a ridosso del bastione dei Cannizzoli e quella più a sud erano state ormai interamente occupate da carcari e stazzuni, cosa che non piaceva al Comando militare, vista anche la situazione politica generale che minacciava venti di rivoluzione (siamo alle porte del 1860), e che richiedeva la messa in ordine del sistema murario difensivo. Conseguentemente, dietro precisa denuncia del Comando, il Sindaco aprì un nuovo procedimento amministrativo contro i seguenti proprietari di fornaci e immobili a esse legati: mastro Sebastiano Romeo, mastro Giuseppe Frixa, mastro Giuseppe Moreno, mastro Santi Annino, i fratelli Vincenzo e Sebastiano Frixa, padron Palmino La Ferla, mastro Benedetto Catalano, mastro Michele e mastro Domenico Catalano, mastro Giuseppe Catalano, don Sebastiano Daniele, mastro Domenico Costanzo e Gaetano Bellistri "relativamente alla costruzione di alcuni edifici da loro costruiti sotto la marina ponente infra il raggio difensivo di questa piazza, posteriori a quelle vicende del 1849 […] contro il Real Decreto del 30 settembre 1843". Nell'elenco compare un padron Palmino La Ferla, si tratta del figlio di quel Sebastiano più volte citato in diversi contenziosi. Egli tuttavia non possiede quivi fornaci, ma un grande magazzino per il malfaraggio e deposito merci. In effetti Palmino e la sua famiglia sono padroni di barche, adibite al commercio marittimo, nel quale rientrava il trasporto di calce, laterizi, tegole e vasellame. In data 7 giugno 1856 arriva la sentenza che condanna gli imputati al pagamento di una multa di sei ducati e alla demolizione degli edifici abusivi . A settembre le demolizioni delle opere abusive, comprese le nuove fornaci, erano già avvenute, ma il Comandante della Piazza militare chiede che si operi meglio risanando la zona dai fossi delle distrutte fornaci e dai materiali di risulta . Intanto scoppiò il moto rivoluzionario e l'odiato Comando militare Borbonico dovette sloggiare, seppur con qualche ritardo sulle altre piazze militari. La questione delle fornaci nella Marina di ponente è consegnata nelle mani del nuovo governo piemontese.

Dall'Unità d'Italia alla fine dell'Ottocento

Dopo l'Unità d'Italia la vita per le fornaci di Augusta, come in tutta la provincia siracusana, (che allora comprendeva le attuali province di Siracusa e Ragusa), si fece dura a causa delle leggi sanitarie e stradali in vigore nel nuovo stato unitario, leggi che richiedono estrema cura nell'esercizio delle attività legate all'uso del fuoco.


Figura 2 - Fornaci per la produzione di calce, gesso, laterizi e vasellami in contrada "Corso Croce"

Già nel 1870 il processo di allontanamento delle fornaci dal litorale di ponente, dei Cannizzoli, era in corso. Possiamo ricavare questa informazione dalla supplica che i fornaciai di Augusta inoltrano alla Prefettura di Siracusa in data 11 gennaio 1871.


Figura 3 - Supplica al Prefetto di Siracusa dell'11 gennaio 1871

In essa i mastri Benedetto, Michele e Domenico Catalano, Domenico La Ferla, Gaetano Bellistri, gli eredi di Giuseppe Catalano e altri protestano contro un'ordinanza del Comune dell'anno precedente (1° settembre 1870), che inibiva l'accensione delle fornaci per motivi sanitari, in base al regolamento di polizia urbana e rurale del 17 novembre 1851. I mastri fornaciai nella supplica fanno notare che proprio in questo regolamento e nella successiva nota del Ministero dell'Interno del 1864, si stabiliva che le nuove regole, riguardanti la distanza minima dal centro abitato (cento tese, cioè circa 200 metri, dato che una tesa equivaleva a circa due metri) non si applicavano alle vecchie fornaci. La stessa supplica è ripetuta al Sindaco un anno dopo dagli stessi mastri, e cioè "La Ferla Domenico, calcinaio, eredi di Michele Catalano, m.ro Benedetto Catalano e figli, Catalano Domenico, eredi di m.ro Giuseppe Catalano, che sono Gaetano e Sebastiano, e Giuseppe Frixa, fu Salvatore, Domenico Catalano e Francesco, Annino Giuseppe e Domenico di Santi, quali proprietari e fabbricatori di argilla nelle dette fornaci […] implorano […] di far accendere le loro fornaci […]"


Figura 4 - Supplica al Sindaco di Augusta del 18 gennaio 1872

Il 19 luglio 1873, su suggerimento del Sindaco, i mastri scrivono al Prefetto di Siracusa, facendogli rilevare che "da tanto tempo remoto sempre hanno fatto uso delle carcare nello stesso paese, e non potendo gli stessi soffrire un tale abuso stanteché sarebbe lo stesso non solo perire di fame tanti padri di famiglia, ma anche tutte altre persone di ajuto […] facendo riflettere che i supplicanti per dette carcare non solo pagano la fondiaria, ma ben anco la ricchezza mobile". Per questo chiedono o di sospendere il provvedimento del Sindaco "oppure ordinare che altra località prontasse il Sindaco per le carcare, e così i supplicanti ed altri genti di servizio non andassero a perire di fame […]". Nel caso che la domanda venisse respinta, chiedono almeno di poter lavorare in agosto e settembre, fino a che il Sindaco non avrà trovato nuovi terreni fuori città.


Figura 5 - Supplica al Prefetto di Siracusa del 19 luglio 1873

Comunque i fornaciai capiscono che prima o poi dovranno abbandonare le loro fornaci di Marina di ponente. Per primi sono i Catalano a cercare nuove aree. In una supplica del 1873, indirizzata al Prefetto, i fratelli Domenico, Sebastiano, Gaetano e Francesco Catalano, ricordando l'antichità delle loro fornaci, che come quelle di tutti i maestri fornaciai di Augusta danno lavoro a decine di famiglie, fanno notare che per venire incontro alle richieste del Comune i Catalano acquistarono dalla baronessa Maria Buccheri Tumscitz uno stacco di terreno in Contrada Corso Croce che fu parte dell'ex feudo anticamente denominato Colle Reale.

   
Figure 6-7 - Fornace per la produzione di laterizi e terrecotte in contrada "Cannizzoli"

Nel 1883 la Giunta comunale di Augusta, al fine di "provvedere maggiormente lo sviluppo di una delle principali industrie del comune, quali si è quella della fabbricazione di stoviglie e calce", decide di chiedere alla Capitaneria di porto di Catania la concessione per 30 anni di una vasta area "nel punto in cui ha principio la stradella comunale denominata della salina, e precisamente sotto la fabbrica di calce e stoviglie di proprietà del sig. Carmelo Imprescia alla parte nord del porto Xifonio", dietro il pagamento dell'annuo canone di cinque lire. Il Comune dunque mette a disposizione una vasta area sita in Corso Croce, dove peraltro già esisteva una fornace, proprio là dove nasceranno i nuovi impianti dei La Ferla.


Figura 8 - Fornace per la produzione di calce, gesso, laterizi e vasellami in contrada "Corso Croce"


Figura 9 - Fornace per la produzione di calce in contrada "Fontana"

Un provvedimento del 1886 emanato dalla Provincia di Siracusa persuadeva tutti che era giunta l'ora di sgomberare. In questa Circolare a stampa del 2 ottobre 1886, avente per oggetto "Fornaci per la cottura di calce, gesso e cementi di varia natura, mattoni e altri laterizi", il Prefetto ribadiva gli articoli delle leggi in materia di salute pubblica e soprattutto impediva la costruzione di fornaci vicino alle sedi stradali o ai boschi.


Figura 10 - Circolare emanata dal Prefetto di Siracusa il 2 ottobre 1886

Il Prefetto in essa si lamenta contro quelle amministrazioni che autorizzano l'apertura di fornaci "stabili o temporanee in qualsiasi punto del territorio comunale". Egli cita l'articolo 158 della Legge del 1859 e l'articolo 1 del Regolamento di polizia stradale approvato con Regio Decreto del 10 marzo 1881 che "vieta la costruzione di fornaci, fucine e fonderie a distanza minore di 50 metri dal ciglio delle strade". Infine il Regolamento di polizia forestale della provincia di Siracusa che vieta l'apertura di fornaci a meno di 60 metri dal limite di un bosco (in questi casi però si faceva eccezione per le carbonaie, i cosiddetti fussuna, che erano tollerate purché si usassero accorgimenti antincendio, dettati dalle leggi forestali). I fornaciai potevano sempre appellarsi al principio dell'antichità delle loro fornaci, il cui impianto precedeva l'emissione dei provvedimenti restrittivi, come avevano fatto più volte. Ma non era più il caso: era giunta l'ora di cercare nuovi siti.

Il novecento

Superata la crisi post unitaria, che tanto danno procurò alle piccole e medie imprese siciliane, col risveglio economico della seconda metà del secolo XIX, che partì da Catania e si diffuse nelle aree circonvicine, compresa quella di Augusta, Domenico La Ferla, nonostante la tarda età, amplia la sua azienda, acquistando nuovi magazzini alla Crociera Cappuccini, detta Strada Marcello (ora Via Generale La Ferla), confinanti a levante col convento dei Padri Cappuccini, a tramontana con la Strada Marcello, a ponente con la Strada Cappuccini, per il deposito delle produzioni di calce e laterizi . Nel 1887 Domenico muore. All'indomani della morte del padre, il figlio Giuseppe (1865-1956), assieme ai fratelli Gaspare, Rosario e Sebastiano, prende in mano l'azienda. Anche la famiglia La Ferla ha dovuto abbandonare le fornaci ai Cannizzoli. La nuova zona in cui spostare gli impianti fu individuata nell'area di Corso Croce indicata dalle autorità, che comprendeva le località Palma, Mola, Pezza Grande, Piano Fiera, estendendosi fino alla Fontana e al Granatello.

In località Palma-Corso Croce i La Ferla impiantano le tradizionali fornaci a fuoco intermittente. L'area in questione era vasta e vi gravavano da antica data i diritti comuni, iuria communia, trasformati dal Comune in censi enfiteutici. In località Palma nasce, dunque, in data anteriore al 1898, la prima "Fabbrica di calce grassa". La carta intestata con cui Giuseppe La Ferla avanza le sue offerte per la fornitura di calce e materiali lapidei per costruzione, reca la data del 1898 e conferma l'esistenza a questa data della nuova fabbrica. Quest'ultima denominazione è significativa poiché indica un piccolo stabilimento organizzato con più fornaci e diversi magazzini-deposito.


Figura 11 - Offerta di pietra da taglio lavorata al Sindaco di Augusta del 10 aprile 1898

Nel 1899 il fratello di Giuseppe, Rosario, prende in affitto, dalla contessa Mattea Traina Lavaggi, le fornaci di calce denominate della Mola "site in contrada Corso Croce, cioè quattro fornaci, la stanza e due impennate". Queste fornaci sono forse quelle stesse individuate, con la denominazione di "Case fornace", in due planimetrie datate rispettivamente 1868 e 1897.


Figura 12 - Particolare di Augusta - Disegno a colori dell'IGM, Firenze, 1868


Figura 13 - Augusta - Foglio 274 - IGM, Firenze, 1897

Nel 1905 la ditta "Giuseppe La Ferla" risulta iscritta per la prima volta alla Camera di Commercio di Siracusa come "Giuseppe La Ferla Passanisi e figli" fabbrica di calce grassa.


Figura 14 - Certificato di iscrizione alla Camera di Commercio di Siracusa

La statistica del 1911 e la svolta dell'azienda

Il 1911 è un anno particolare nella storia dell'economia nazionale. Si attua infatti il primo censimento dell'industria, in preparazione della grande Esposizione Internazionale delle industrie di Torino e dell'Esposizione Internazionale di Arte contemporanea e di Folklore di Roma, in occasione dei Cinquant' anni dell'Unità d'Italia.


Figura 15 - Manifesti pubblicitari dell'Esposizione Internazionale di Torino

Vengono inviati a tutti i comuni d'Italia i relativi questionari di censimento; anche il Comune di Augusta provvede alla compilazione. Dai dati ufficiali del Comune risulta che in questo anno nella città megarese esistono diverse fornaci da calce, ormai tutte site in contrada Corso Croce. Tra le altre vengono censite: la fornace di Giuseppe La Ferla che impiega cinque operai, quella di Rosario La Ferla che ne impiega nove, la fornace di Gaspare La Ferla che assorbe quattro unità.


Figura 16 - Censimento del Comune di Augusta - anno 1911

Tutte le fornaci per calce fino all'inizio degli anni '20 erano, come detto, "a fuoco intermittente", poiché producevano solo su ordinazione.

Altro importante avvenimento del 1911-1912 è la guerra italo-turca. Questo evento ebbe un riflesso enorme nella storia di Augusta e nella sua urbanistica, poiché gli Alti Comandi militari poterono sperimentare le caratteristiche del porto megarese come porto militare. Fu per questo che decisero di adattarlo a tale scopo dotandolo delle necessarie infrastrutture. La decisione della Marina Militare di realizzare sui terreni di località Palma dei depositi di carbone comportò un ulteriore allontanamento delle fornaci La Ferla da quell'area.

E' per tale motivo che nel 1917 Giuseppe La Ferla e consorte acquistano "un corpo di case in contrada Corso Croce, cioè due vani, camerino, passetto confinante a est con lo stradale Augusta-Stazione Ferroviaria, a sud con Sebastiano Merino, a ovest con Giuseppe Italia". Altri acquisti sono fatti nel 1921: sono terreni su cui grava un canone enfiteutico in favore del Comune di Augusta, canone riscattato nel 1926. Tra il 1917 e il 1925 dunque la famiglia La Ferla acquista i terreni dove nasce la nuova fabbrica di calce a fuoco continuo di Giuseppe. Nel 1926 la vecchia ditta "Giuseppe La Ferla Passanisi e figli, fabbrica di calce e gesso" si trasforma in "Cugini La Ferla fabbriche riunite Calce". Della ditta facevano parte i fratelli Santi, Asturio e Leone Costantino, figli di Giuseppe, e i loro cugini Domenico, Gaetano e Vittorio La Ferla, figli del fu Rosario.


Figura 17 - Copia della denuncia alla Camera di Commercio di Siracusa della trasformazione societaria del 10 marzo 1926

Come dimostrano le schede della Camera di Commercio, il 1926 è la data di nascita dei nuovi impianti a fuoco continuo che segnano la svolta nella produzione di calce nella città megarese. Già ad aprile la ditta è attiva. Essa stipula una convenzione con le ferrovie dello Stato per poter trasportare e ricevere merce per mezzo di vagoni ferroviari, come dimostra il seguente documento (Doc.8) dove si nominano gli incaricati a svincolare le merci a nome della società:

Doc. 8
1926 aprile 4, Augusta:
"Nel nome del Re. Sono comparsi: da una parte i signori: Santo, Asturio e Leone, fratelli La Ferla figli del vivente Giuseppe; dall'altra: Domenico, Gaetano, Vittorio, fratelli La Ferla, figli del fu Rosario, tutti fabbricanti di calce, domiciliati in Augusta, possidenti, dichiarano di essere componenti della Società della ditta "Cugini La Ferla – Fabbriche riunite di calce" in Augusta; tutti in vigore del presente mandato nominano procuratori: Santo e Domenico in nome della detta società "Cugini La Ferla", i quali conferiscono il potere di svincolare presso questa stazione ferroviaria in nome della ditta, tutte le merci da qualunque posto provenienti e indirizzate alla ditta […]". [Archivio Notarile distrettuale, not. Amato Bartolomeo, anno 1926]

Nel 1928 i nuovi impianti di Corso Croce sono in piena attività e sono costituiti da "una fornace lunga fiamma a fuoco continuo per la produzione di calce (12 tonn. / giorno), una fornace intermittente a fascine per la produzione di calce, laterizi e vasellami (10 tonn. / ogni 15 giorni), una fornace a fuoco continuo a carbone a strati per la produzione di calce (8 tonn. / giorno) e una fornace intermittente a legna per la produzione di gesso (7 tonn. / settimana)". La presenza di fornaci a intermittenza e a fuoco continuo prova che il sito era stato occupato prima del 1928. Nel 1931 la ditta cessa, per motivi a noi ignoti, per poi riaprire nel 1933 e richiudere nell'agosto 1939. Giuseppe La Ferla, che di fatto era il titolare, decide di ritornare all'antica denominazione "Giuseppe La Ferla Passanisi e figli". Questa azienda produceva calce, gesso e laterizi, come si legge nella relativa scheda della Camera di Commercio.


Figura 18 - Cessazione della "Cugini La Ferla" e riapertura della "Giuseppe La Ferla Passanisi & Figli"- Consiglio Provinciale dell'Economia Corporativa di Siracusa - anno 1939

Nel 1940 Leone Costantino La Ferla (1902-1979), figlio di Giuseppe, rilevò le quote dei fratelli e costituì la ditta "Leone La Ferla" fabbrica di calce, attuale denominazione dell'azienda.

Ma l'attività imprenditoriale di Leone non si orientò esclusivamente alla produzione di calce, gesso, laterizi e vasellame, ma anche verso altri settori economici. Nel 1933 prese in affitto, dall'amico marchese Antonino Paternò Castello di San Giuliano, degli agrumeti a Villasmundo per avviare un'attività di lavorazione e commercializzazione di agrumi. Per questo scopo comprò ad Augusta alcuni locali che dal 1933 al 1937/1938 utilizzò per la lavorazione delle arance da commercializzare in tutta Europa. Tali magazzini, gestiti da Ciccio "Piridda", erano situati in via Giovanni Lavaggi all'angolo con via delle Saline. Leone La Ferla si occupava direttamente del commercio degli agrumi ed a quel tempo risiedeva a Trieste, città strategica per l'esportazione nella Mittleeuropa.

Leone aveva una personalità poliedrica e versatile, personalità che gli permise di cimentarsi in diverse attività come, ad esempio, la produzione ed il commercio del sale. Il La Ferla negli anni tra il 1948 e il 1952 aveva preso in appalto, insieme alle famiglie Bussichella, le saline comunali di Augusta che producevano una quantità di sale superiore a quella necessaria a soddisfare il fabbisogno interno, fu così che Leone si incaricò di esportarne 10.000 tonnellate. Nello stesso periodo dell'immediato dopoguerra, Leone La Ferla si recò a Trapani insieme all'amico avvocato Masi Tumscitz per trovare un accordo con i produttori locali di sale che evitasse un'eccessiva concorrenza tra i mercati delle due località siciliane permettendo così a tutti di poter lavorare con maggiori profitti. Oltre alle suddette attività commerciali è necessario annoverare anche quella sviluppata nel 1946 insieme alla compagnia dei lavoratori portuali di Augusta: infatti, al pontile di Punta Cugno nel porto di Augusta, arrivavano enormi quantitativi di carbone per il rifornimento delle navi e Leone La Ferla prese in subappalto con la compagnia dei portuali, dalla Società Importazione Carboni di Catania, l'attività di carico e scarico del carbone per circa 5 anni.

Nel frattempo, terminata la Seconda Guerra Mondiale, la richiesta di calce aumentò moltissimo tanto che la ditta "Leone La Ferla" decide di abbandonare la produzione di laterizi per dedicarsi alla sola calce.

Infatti, subito dopo la fine del secondo conflitto riprendono le importanti forniture di calce per la produzione dei blocchi che l'Impresa Lavori Porto (Almagià, Perna e Spotorno) realizzava con la pozzolana ed il pietrisco, per il completamento della costruzione della diga foranea del porto di Catania. Così come riprendevano i grandi lavori dell'Impresa Rotundi per la produzione dei blocchi per il rifiorimento della diga foranea del porto di Augusta.

Nel 1950 viene avviata la fornitura all'Impresa Grillo che costruisce con la calce La Ferla il "grattacielo" di Largo Paisiello a Catania.

Con l'arrivo degli anni '60 arriva per l'azienda un momento cruciale. Il boom urbanistico e le nuove costruzioni che insistono nella zona delle fornaci, unite all'obsolescenza di queste ultime, inducono i vertici aziendali a pianificare un rinnovamento e uno spostamento dell'opificio industriale.

Nel 1963, grazie al contributo di Istituti Pubblici Finanziatori, viene varato un importante piano di investimenti per la realizzazione di un moderno e più efficiente complesso industriale. La nuova localizzazione fu studiata attentamente tenendo conto di due esigenze precise: la distanza dal centro abitato e la disponibilità della materia prima, il calcare, in situ. Fino a quel momento, infatti, il calcare veniva estratto da cave di proprietà in Contrada Mulinello, da cave in affitto oppure veniva acquistato al bisogno dalle cave di San Cusumano. La scelta cadde su Contrada Petraro, tenere di Melilli, dove Leone La Ferla, nel frattempo nominato Commendatore della Repubblica, acquistò 280.000 mq di terreni in una zona di aperta campagna e sede di una buona qualità di calcare.

Il 1° aprile 1963 cominciarono i lavori di edificazione del nuovo opificio industriale per la produzione di calce viva in zolle e calce idrata che sarebbe entrato in esercizio, inizialmente solo per la calce in zolle, esattamente un anno dopo. Intanto continuano i lavori di completamento dell'impianto di idratazione. Complessivamente i costi per la costruzione del nuovo stabilimento ammontarono a 550 milioni di lire, con un finanziamento da parte dell' I.R.F.I.S e con un contributo a fondo perduto della Cassa per il Mezzogiorno. Dal 1964 in poi Giuseppe La Ferla (1928), figlio di Leone, attuò una nuova e vigorosa strategia commerciale che mise in crisi gli altri produttori locali di calce: così, a Siracusa e provincia, a causa della forte concorrenza, cessarono le produzioni dei piccoli fabbricanti di calce.

Quando il 1° maggio 1965 si inaugurava il nuovo stabilimento di Contrada Petraro a Melilli, in Sicilia Orientale gli stabilimenti per la produzione di calce erano sette, e più precisamente: Antonino Ancione spa (Ragusa) , ABCD spa (Ragusa), SACCS spa (Siracusa), SICIS spa (Melilli), Leone La Ferla (Melilli), SACED spa (Catania), Ing. Mezzasalma (Villafranca Tirrena). Tutte le sopracitate aziende hanno cessato la loro attività, tranne la Leone La Ferla che attualmente resta l'unica Società produttrice di calce della Sicilia Orientale, insieme alla controllata catanese SACED spa.

Il 28 ottobre 1969 la ditta "Leone La Ferla", iscritta dal 1940 alla Camera di Commercio di Siracusa, viene trasformata in Società per Azioni, prendendo pertanto la denominazione di "Leone La Ferla" spa. Il figlio di Leone, Giuseppe, ne divenne l'Amministratore Unico.

La Società, tra il 1965 e il 1976, diventò la più forte esportatrice italiana di calce idrata verso la Libia. Nella fattispecie ogni due mesi partivano da Augusta o Siracusa 3 navi da 600 a 850 tonnellate ciascuna di prodotto. La calce richiesta veniva utilizzata per la ricostruzione degli edifici distrutti durante la Seconda Guerra Mondiale e la costruzione di nuovi quartieri a Tripoli. Con l'avvento di Gheddafi la fornitura di calce subisce un calo, ma nel giro di qualche anno ritorna a regime per concludersi nel 1976 a causa dei continui ritardi nei pagamenti da parte della banca araba che se ne occupava, ritardi che rendevano antieconomica l'esportazione poiché costringevano la Società fornitrice ad anticipare notevoli risorse finanziarie.

Il 4 luglio 1989 la Leone La Ferla spa partecipava alla fondazione della Premix spa insieme a due imprese siciliane bene affermate nel settore dei materiali da costruzione e nelle attività a esso collegate. La società Premix ha iniziato l'attività, nel territorio di Melilli, alla fine del 1991 con l'obiettivo di colmare una lacuna, tutta siciliana, nella produzione industriale di malte premiscelate per intonaci e murature a base di calce e cemento. La corretta e moderna progettazione di ogni reparto dello stabilimento ed il particolare riguardo dedicato alla tutela dell'ambiente e all'innovazione tecnologica, hanno consentito di raggiungere un ottimo assetto di efficienza produttiva nel rispetto dei valori ecologici e della qualità del prodotto.

Il 20 luglio 1998 la Leone La Ferla spa acquistava oltre il 70% del capitale sociale della Saced spa di Catania, azienda fondata nel 1953 da un gruppo di imprenditori catanesi che, percependo che la zona avrebbe avuto un forte sviluppo edilizio, individuarono nella produzione di calce un'attività da percorrere a carattere industriale. Nel 1955 inizia la produzione di ossido di calcio ed in seguito con l'installazione di un impianto di idratazione viene avviata anche la commercializzazione della calce idrata, ancora del tutto sconosciuta in Sicilia.

La Sicical spa, invece, ha iniziato le produzioni il 3 giugno 2009 e nasce dalla joint-venture tra il Gruppo La Ferla ed il Gruppo Speziali di Catanzaro, tra i principali produttori italiani di cemento, avviando, nel territorio di Melilli, uno stabilimento tecnologicamente avanzato per la produzione di cemento. L'impianto ha una capacità produttiva di oltre 2.500 tonn/giorno di cemento e una capacità di insaccamento di 4.000 sacchi/ora, per un pronto servizio di consegna alla propria clientela. La vicinanza di una cava di calcare ad alto contenuto di carbonato di calcio e con basso tenore di carbonio organico (TOC) ed il continuo autocontrollo programmato nei laboratori fisico-chimici, garantiscono un elevato e costante standard qualitativo dei cementi prodotti.

Oggi la Leone La Ferla spa ha una potenzialità di 130.000 tonnellate annue di calce in zolle. Lo stabilimento ha avuto, nel corso del tempo, quattro fasi di potenziamento: la prima nel periodo compreso tra il 1971 e il 1974, costituita dal raddoppio dell'impianto di idratazione, dalla costruzione dell'impianto cava e dal montaggio di una terza linea di produzione. La seconda fase che va dal 1981 al 1984, realizzata mediante la trasformazione del processo di combustione forni da olio combustibile a metano e la costruzione di un impianto per la produzione di grassello di calce. La terza fase negli anni 1987-88, ebbe luogo con l'avviamento di un impianto di palettizzazione completamente automatizzato e con la costruzione di un nuovo forno da calce Maerz, di concezione tecnologicamente innovativa, in sostituzione di un forno preesistente; investimento, questo, che ha consentito di migliorare notevolmente la qualità del prodotto riducendo i costi energetici e ottenendo migliori risultati sotto il profilo dell'impatto ambientale. La quarta fase che va dal 1992 al 1994 ha visto andare in marcia un nuovo impianto di idratazione, l'avviamento di una stazione di supervisione gestita da un sistema informatico per il comando e il controllo degli impianti di cottura ed idratazione, l'installazione di nuove macchine insaccatrici a pesatura elettronica e di una moderna macchina infilasacchi nell'impianto di insaccamento della calce idrata, il montaggio di un impianto di termoretrazione completamente automatizzato nell'impianto di palettizzazione. Quest'ultima importante fase di potenziamento ha consentito di aumentare la capacità produttiva di calce idrata e di raggiungere elevati standard di qualità.

Efficienza, tecnologia avanzata, potenzialità, meccanizzazione, controllo della qualità, risparmio energetico, rispetto dell'ambiente, mantenimento dei posti occupazionali ed innovazione, fanno della spa Leone La Ferla un'azienda tra le più avanzate nel settore della produzione di calce in Italia nonché un punto di riferimento per la piccola industria in Sicilia.

La produzione nel frattempo è stata diversificata inserendo tra i prodotti di vendita oltre alla calce in zolle viva, alla calce idrata per edilizia e agricoltura e al grassello di calce, anche il granulato di calce per l'industria chimica, la calce macinata e ventilata per la stabilizzazione dei terreni argillosi, il fiore di calce idrata per il trattamento delle acque e i pietrischi. La penetrazione commerciale dei prodotti raggiunge tutta la Sicilia Orientale e nel settore delle esportazioni alcuni paesi dell'Africa Settentrionale.

Nel 1978, a seguito delle dimissioni dell'Amministratore Unico Giuseppe La Ferla, l'Assemblea dei Soci nominò il Consiglio di Amministrazione che oggi è così composto:

Giuseppe La Ferla (1928) Presidente
Leone La Ferla (1958) Amministratore Delegato
Andrea La Ferla (1960) Amministratore Delegato
Stefano La Ferla (1968) Amministratore Delegato

1724 - 2014: duecentonovantanni di attività, di ricerca e di impegno sono stati e sono continuamente condivisi dal management della società, da un efficiente staff tecnico e da validi collaboratori. Grandi risultati sono stati conseguiti dalla fondazione ad oggi ed altri se ne prevedono alla luce di possibili futuri investimenti.


Home page L'azienda La storia Prodotti Informazioni Contatti
Copyright © Leone La Ferla spa. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00003320892